La prima volta che mi sono avvicinato all’Ospedale San Camillo di Roma, come tutti, neanche mi son chiesto il motivo perché quel posto si chiamasse così. Del resto è quello che facciamo con tutto, considerata la fretta e la distrazione con cui siamo stati abituati a vivere, mentre ogni cosa porta il proprio nome per qualche ragione; e non sarebbe del tutto superfluo saperlo. Persino i nomi che ci vengono imposti alla nascita hanno una loro motivazione non sempre così peregrina. Insomma san Camillo probabilmente si era scelto la strada migliore, non la più agevole beninteso: quella della carità, cioè dell’empatia, del partecipare alle condizioni altrui. Gioire con chi è nella gioia e piangere con chi è nel pianto. Che si trattasse di ammalati o di povera gente; o più ancora di povera gente ammalata.
Sembra retorica ed invece non lo è. A lui sembrava di toccare quelle membra e quei cuori e di prendersi cura del Cristo sofferente. Siamo tutti dei poveri cristi ammalati. Messa così è come se si attivasse una pietà, un amore, una tenerezza infinita: detergere, carezzare, consolare, incoraggiare.
Bisogna consolare con la stessa consolazione con cui siamo stati consolati. Se si riconosce di esserlo e di esserlo stati, non resta che da applicare quel che abbiamo imparato.
Nessuna teoria, solo condivisione. Questo abruzzese aduso alle armi, ne scoprì delle altre e ne fu colpito al cuore. come si fa a non capire?
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