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centomila

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 10 Marzo 2021, 11:27am

Tags: #unica

centomila

A me, centomila fanno già paura. O più, una profonda tristezza. La mia generazione non ha mai fatto i conti con i bollettini della guerra e neppure con le lettere mandate a casa a rendere ufficiale lo stato di dispersi di un qualche familiare partito al fronte. Questo per dire che centomila così, allineati, sono troppi anche per quelli che hanno imparato a giocarci con le vite da sopprimere, ai videogiochi. Un quotidiano ieri mattina ne riportava nomi e fotina, con qualche storia a corredo. Tutto qui. Ma io di quei nomi e di quelle storie ne ho lette, come tanti, in quei giorni, quando i nostri quotidiani facevano giornalieri necrologi sui caduti. Del resto c’era un anno esatto da ricordare, ieri. Da quando ci dissero con animo compunto e confuso che non sapevano che pesci pigliare: che andavamo sigillati nelle nostre case. Un giorno ne parleremo, se ci sarà dato di farlo, a quelli che non ci crederanno, e non sarà facile trasmettere lo stato d’animo, le finestre, i balconi, i nasi dietro quelli, i volti, i vecchi, i giovani, i vicini di casa, gli estranei, gli sconosciuti, persino le canzoni, le serenate tristi sui tetti, le città svuotate abbandonate, i cigni i cormorani le anatre e le volpi, oltre cani e gatti, persino i cinghiali, i cervi, gli ungulati in giro per la città, nel parco, l’erba tra i sampietrini, le margherite, i fiori di campo in città, la Pasqua vicina, senza colombe, uscire per la spesa, mettersi in fila, non avere persino una chiesa in cui pregare, come bombardati, sirene, come sopravvissuti, i camion, le ambulanze, la macchina sotto casa, la radio accesa a tutte le ore, il bollettino, le paia di calzini da comprare, la tintoria chiusa, le librerie, i teatri, il cinema, la lingerie.

Leggevamo fino all’ultima riga del giornale, gli approfondimenti sulla trasmissione (del virus, non d’altro), ginnastica fatta in camera, passeggiate, attività motoria, il running nel parcheggio di quartiere ed anche le ultime da casa, lontani, un po’ speranzosi, “usciremo. Certo, per Pasqua usciremo. Ci vedremo, scambieremo rami di ulivo per la domenica delle Palme (il che non fu). Preparerai la pastiera? lo compro l’uovo di cioccolata quest’anno. Questo è il tempo per capire tante cose, per leggere quello che non abbiamo letto ancora”.

Abbiamo saccheggiato la libreria, tra Shakespeare e Truman Capote. “Ho ripreso a leggere la Bibbia. Non l’avevo mai fatto prima”. Sì, saremo tutti diversi, cambiati, corretti, più umani. Finirà e non sarà più come prima. Nessuno sarà lasciato indietro.

Magari certi echi non saranno giunti a quei centomila; e al Padreterno non giunse la voce, neppure di chi celebrava da solo in Piazza San Pietro; di chi andò a prendersi la croce della peste cinquecentesca attraversando via del Corso spettrale.

Non ho mai fatto il conto, l’elenco di quelli noti che la furia si è portati via. Sarebbe pure ingeneroso verso tutti gli altri. La livella, si sa, appiattisce ogni cosa  e il tempo avrebbe dovuto guarire, se solo si fosse trovato un antidoto.

Me lo rivedo ancora giovane e vitale il mio amico dottore che se n’è andato in questi mesi. Ridevamo della giovinezza che non se ne voleva andare. Ed era così curioso.

Mi aveva regalato un libro a Natale, molti anni prima, che non sono più riuscito a trovare nella mia libreria. È che ho fatto troppi traslochi nel frattempo e così anche loro. Da qualche parte saranno, sono certo, non ammucchiati, ma ciascuno in piedi a rimirare il passo compiuto, così, senza neppure un cenno di preavviso.

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