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Da lontano

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 13 Febbraio 2021, 18:09pm

Tags: #la lettura del giorno

Da lontano

Alcuni di loro vengono di lontano. E’ quel che dice Gesù detto il Cristo nel Vangelo di Marco ed è sempre un’annotazione fatta sotto il segno della compassione. Anche domani domenica, si leggerà della compassione provata per un lebbroso che gli dice “se tu vuoi, puoi guarirmi”. Chi leggesse il Levitico, nei suoi primi capitoli troverebbe un’ampia gamma di restrizioni anche impietose che toccavano malati, impuri e lebbrosi, affetti da tigna, da ulcere, gonorrea, da malattie veneree. Tanto servirebbe a comprendere di quanta poca compassione godessero costoro e di quanto ne avessero bisogno, per quanto gli accorgimenti abbiano anche un loro fondamento profilattico, indubbiamente. Solo che quel tenerli lontani, a distanza, è sotto un altro segno.

E la compassione del resto non è la carità pelosa, insopportabile, che spesso ci hanno mostrato. Compatire è farsi strada nella condizione dell’altro, capirne lo stato d’animo e le ragioni. Il che facile non è, ma è virtuoso ed è soprattutto un approdo felice. Essere capaci di empatia non solo allarga il nostro cuore come recita un salmo, ma mette le ali alla nostra vita, non più costretta sulla difensiva, alla chiusura, a salvaguardia della propria esclusiva. Insomma, tant’è.

E il Vangelo della compassione, di questa, non di quella brutta e retorica di cui si diceva, è una bella notizia per chiunque, indubbiamente. Sotto questo rispetto, il venir di lontano di quel passo da cui ho preso principio, indica la condizione di chiunque si avvicini o provi a farlo, per quanto molti si mettano a difesa del Maestro, non vogliono che lo si sfiori, che gli si sfiorino le vesti, che non lo si faccia respirare; gli fanno da muro se sei piccoletto e non riesci a vedere; se sei su di una lettiga e ti devono addirittura calare dal tetto; se alla piscina non riesci mai ad arrivare.

Vengono da lontano, anzi veniamo tutti da lontanissimo, come per le storie che abbiamo vissuto, ognuno con la sua epopea da tregenda e la sua avventura quasi mai rassicurante. Veniamo anche da altri paesi e territori metaforicamente, da altri stili di vita. Da ricchezza e miseria materiale o morale, da solitudine o da storie e matrimoni felicissimi o sventurati. Veniamo dai monti e dal fiume, per strade lisce ed asfaltate o da tracciati impervi e da mulattiere; da spine da rovi da sassi aguzzi o invece da letti di piume. Si viene da lontano.

Lo si fa dopo un viaggio lungo una vita,  dopo un brevissimo spazio di una giornata; veniamo dal passato e veniamo da lontano. Perché ci hanno rifiutato e ci hanno ferito. O invece perché ci hanno sognato e desiderato genitori e fratelli, amici ed amanti.

Veniamo da storie diversissime e remote estranee tra loro. Per farcele raccontare occorre un terreno comune ed una lingua universale che sia chiama probabilmente empatia e disponibilità a giocarcela.

Dio voglia che si incontri sempre qualcuno disposto a provare compassione. E dopo ciò ad aiutarci a procurarci da bere e da mangiare. Da riposare. Riposa sempre come un bimbo svezzato sul petto di sua madre chi è accolto e in fondo compreso, letteralmente, come dice l’etimologia. Non lo saremo mai del tutto perché la singolarità e la personalità di ciascuno resta sempre un mistero irriducibile e però basterà sapere che anche quel mistero viene rispettato. Su quel prato, a mangiare, c’è posto per tutti, qualsiasi cosa ti porti dentro. Senza che tu debba spiegarlo e raccontarlo al primo che viene per filo e per segno.

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