Alzi lamano chi non si sente a rischio. Ieri “fragili” e oggi “a rischio” quindi. Sono queste le categorie su cui ci troviamo a riflettere (?) a distanza di ventiquattro ore. Ma non si tratta di sinonimia, innanzitutto. E questo va chiarito. E non si tratta di concetti sovrapponibili. Non nei contenuti e non nella sostanza. Si potrebbe cavalcare la tigre e l’onda emotiva e per questo stracciarsi le viste per l’incidente della ASL spezzina, che è poi responsabile solo di avere stampato distrattamente ciò che ha prodotto il Ministero della Salute: omosessuali intesi come categoria a rischio nella trasmissione del virus e nel contagio. Come avvenne anche all’inizio dell’epidemia da HIV, trent’anni fa. Verrebbe anche naturale, per impulso, dare fuoco alle polveri e quindi infuriarsi contro la cecità, la stupidità del mostro, che chiameremmo burocrazia. Dopotutto la burocrazia non ha il volto di nessuno, anzi è un mostro senza faccia umana. Solo che sarebbe troppo facile e soprattutto sarebbe inutile e deresponsabilizzante.
Di fondo, ciò a cui si assiste è la perpetuazione di un pregiudizio. Tutto qui. Come se non fossero i comportamenti personali a mettere a rischio. O le condizioni di salute di partenza. Come se dipendesse invece, dall’appartenere a “quell’altro genere” di persone, secondo naturale o normale (?) inclinazione.
Di queste cose ha sofferto e soffre il nostro Paese. Di pregiudizi devastanti che non si superano neppure accedendo alle prime serate televisive e mettendo in mostra una qualche tolleranza, un’evidente benevolenza nei confronti di una minoranza di fronte alla quale ci sarebbe bisogno semplicemente di naturalezza – se la si vivesse - senza che questa fosse studiata ed artefatta. Perché quel che fa paura, anche in questo campo, è ciò che si fa solo per non venir meno al politically correct, con le sue quote rosa, con lo sdoganamento sbandierato ed ideologico (io sono più tollerante di te).
Insomma non gli omosessuali sono più a rischio, in nessun campo, di promiscuità, di lassismo, di consumismo e materialismo sfrenati. Lo sono esattamente come tutti.
Non è l’esser tali o quali a poter suggerire paletti invalicabili nella vita privata e pubblica, nell’accesso alle istituzioni, alle professioni, nei servizi civili e anche religiosi. La responsabilità dei propri comportamenti è solo e soltanto un fatto personale. E con questo si deve fare i conti.
Molti sciocchi (!) in proposito hanno avuto a ridire su quelle parole tirate con le pinze a papa Bergoglio in aereo, anni addietro, quando a domanda diretta, ebbe a rispondere di non essere nessuno per poter giudicare. E di non poter discutere la naturale ricerca di Dio in qualsiasi aspetto dell’umano. Ho sentito personalmente chi ha gridato allo scandalo per questo. Ne sono rimasto a mia volta ferito.
Leggendo Paolo (I lettera ai Corinzi) il quale pure non possiede le virtù del mediatore, si trova quanto segue “spetta a me forse giudicare quelli di fuori? Non sono forse quelli di dentro che voi giudicate?”. Pensate a guardare voi stessi da avarizia idolatria impudicizia – scrive – perché (si sottintende) è l’ipocrisia il più insopportabile dei comportamenti umani. E nessuno di voi ne è del tutto immune (ne ha portato qualche esempio precedentemente nello stesso contesto).
Quello che fanno, qui o fuori, sia il vero oggetto della vostra valutazione. Fatto salvo che coloro che vivono e credono in altro modo, non possono essere oggetto della vostra condanna. Non spetta a voi.
L’auspicio è che le persone non siano mai più giudicate per categorie. Che mai più inclinazione o scelte di vita si considerino pericolose e perniciose.
Sembra sempre che si abbia la coda di paglia a toccare questi argomenti, come a toccare un nervo scoperto. Il che è, certamente; perché le parole e le categorizzazioni conseguenti sono pietre pesantissime che offrono il fianco a più larghe generiche e strumentali discriminazioni. Il che non è tutto.
Dobbiamo di più alla nostra intelligenza, soprattutto. Alla nostra capacità di leggere il mondo con la sua infinita gamma di diversità. Semplificare è sbrigativo ma è sempre un di meno.
Ed è a questo in primo luogo che occorre pensare.
Da credente e da lettore attento, mai ho sentito pronunciare dal Cristo parole che escludessero alcuno dalla sua premura, dal suo amore. Tra quelli che lo seguivano, che si fermavano fino a notte ad ascoltare, beneficiando di moltiplicazioni e di miracoli piccoli e grandi, non è mai detto che non ci fossero categorie specifiche di persone. C’erano tutti quelli che se ne sentivano attratti. Non erano a rischio.
Lo si diventa quando si insegna ad odiare se stessi, invitando gli altri a fare lo stesso.
/image%2F1894855%2F20210212%2Fob_855206_06stonewall31-articlelarge.jpg)