Scendiamo giù, e poi risaliamo, e da due anni ormai, lungo il termometro instabile dei contagi. Ne perdiamo il conto. Riprendiamo fiato. Ricomincia la paura. Ci stiamo abituando all’ineluttabilità del caso che incombe: prima o poi ...
“né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto (1348) orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti” (Decamerone - Introduzione)
Sarei contento di conoscere ora, se e quali studi siano stati compiuti, parlo di quelli seri e non commissionati per fare presto, su quel che ne è stato della nostra psiche intanto; della nostra voglia di socialità o del suo declino. Cosa abbiamo scoperto nel frattempo di noi, che fa al nostro caso. O ancor di più su dove ci si sia rifugiati – il che è lo stesso - magari qui, dietro lo schermo e nelle faccine; nelle parole nei commenti, nelle serie tv, nelle letture. Mi piace ripensare, come accade a tanti, “per alleggerire”, a quelli che si appartano un giorno nel contado, un bell’esempio, nell’introduzione del Decamerone. E pensano, nel mezzo della tempesta in corso, nelle città devastate dall’epidemia, di trascorrere lietamente quelle ore, lontani dalla Peste Nera.
La nostra è ovviamente fatta di virus noti e meno noti e di pandemie. Poi, a seguire, da cattivissime notizie per la pace e per la libertà. Così – dico - per assimilarci a Pampinea, Filomena, Neifile e Fiammetta che accende naturalmente i cuori; e a tutti gli altri che ora parlano di beffe, ora di amore, ora di Calandrino e di Buffalmacco, di Andreuccio, Ciappelletto; ora dei monaci, di frati predicatori ed imbroglioni, degli eremiti e dei mercanti, delle donne e dei loro paggi, degli amanti, degli incontri clandestini, delle vendette trasversali, dei balconi su cui crescono piante di basilico; su teste tagliate in nome dell’amore, sui nobili, i selvaggi, i Longobardi e i loro signori, quelli di Provenza e del Monferrato; sulla povera gente, i fedeli, i creduloni, gli amori infelici, le storiacce d’alcova, i diavoli messi nell’inferno. Con tutte quelle storie, e con le altre, quelle soprattutto che parlano di prontezza, di diplomazia, di equidistanza: un po’ “né, né” come si dice ora. Il che in verità suona un po’ meschino.
Ci fu un tale, un mercante ricco(?), Melchisedech, il quale, trovandosi ospite invidiato e ricco, presso il Sultano, racconta la novella di tre anelli. Quale di questi sarà quello autentico che dichiari e manifesti incontestabilmente il diritto di chi lo possiede, alla primogenitura? Gli altri sono solo copie malriuscite, infatti …
Dietro il simbolo e il racconto trabocchetto c’è da dipanare la matassa di quale delle tre fedi monoteiste che mettono gli uomini gli uni contro gli altri in armi, guarda il caso, sia quella autentica. Il nostro si trae d’impaccio mostrando che sarebbe impossibile riconoscere ad oggi l’anello, quello originale. E che delle fedi quindi ciascuna ha le sue ragioni.
Nella bagarre delle informazioni e della disinformazione di questi giorni, in cui sempre più emergono quelli che sostengono tesi di complotto e mistificazione (“il mio anello è quello vero”), occorrerebbe mostrare la stessa astuzia – che di per sé non è proprio una virtù – o più, sagacia, non per non prendere posizione, ma per risultare più tetragoni ed inattaccabili. Al termine, uno straccio di posizione va assunto.
Dire pure – intendo – “ascoltare e farne mostra”, per cui ci sono ragioni e ragioni. E che alcune di queste non giustificano quel che ne è scaturito. Delle fedi e di ciò in cui noi crediamo non è qui il caso di parlare, salvo ribadire che nessuna giustificherebbe - come gli anelli di cui sopra - guerre sante e genocidi, che è poi la stessa tesi della novella di Boccaccio. Dove uno salva la pelle in questo modo; e salva implicitamente la dignità di ogni credo religioso che non voglia farsi giustizia con le proprie mani.
Sarebbe cosa bella a questo punto non dico ritirarsi in un contado, nel proprio studiolo per scrivere e raccontarsi novelle, per mettersi al riparo da qualsiasi attacco; ma provare – questo sì – anche col talento oltre che con logica, a rendere meno complessi e facinorosi questi giorni drammatici e complicati. A non mescolare alla bell’e meglio, grano e loglio, che è sempre opera complessa – ne convengo – come si dice per proverbio
per proverbio.
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