Ho scritto per qualche anno sulle pagine romane de La Stampa, che a Torino chiamavano “la bugiarda” e che a Roma leggevano in pochi, purtroppo, anche in ragione della mancanza assoluta di pagine dedicate alla cronaca locale, romana. E’ su questo che punta oggi la gran parte dei giornali su carta che intendono sopravvivere.
Per anni quel “bugiarda” mi è sembrato un dispregiativo di cui si poteva sorridere a mezza bocca e non di rado ho provato fastidio ritenendo che a questo modo il poco onorevole aggettivo si potesse estendere anche al sottoscritto. La verità – già, la verità che per un bugiardo è sempre una mezza verità come pure in questo caso sarà e lo vedremo – è che il termine ha altre radici e non si riferisce inevitabilmente, come nella fattispecie, all’informazione parziale che sarebbe dettata e suggerita dal gruppo finanziario di riferimento a lungo egemone in tutto il Paese.
Bugiardi del resto erano dette le locandine degli alberghi e dei ristoranti, un tempo, specie in certe aree del Paese; cosa che del resto tendeva pure ad evidenziare come dietro la propaganda, lo strillo (la pubblicità cioè), si celasse a suo modo qualche inganno, frutto di qualche iperbole eccessiva. Per questo, bugiardi erano dette anche le locandine dei locali e dei teatri. E bugiardi infine anche le prime pagine svolazzanti dei giornali, stampate come richiami o civette a disposizione degli edicolanti, perché le esponessero e attirassero la clientela, vale a dire i lettori.
Non si trattava esattamente di fake, salvo eccezioni (la legge sulla stampa espone a reati di diffamazione e cose simili, anche e soprattutto in campo economico finanziario) ma di edulcorazioni ed esagerazioni sì. E questo è ciò di cui ancora oggi la stampa è accusata, a torto o a ragione: dicesi sensazionalismo e compagnia cantando, informazione scandalistica ed infine snobisticamente, informazione da tabloid.
In alcuni paesi e per alcuni segmenti di mercato, il tabloid funziona e vende, attinge effettivamente a quel genere di informazione, sceglie quel taglio e quella lettura degli avvenimenti. Una volta si leggeva di nascosto o nel chiuso delle botteghe dei parrucchieri. Oggi c’è meno pudore a mostrarlo sul metrò e standosene beati al sole. Altro ovviamente si intenda per “formato tabloid” che indica invece in primo luogo la grandezza del foglio e che hanno ormai adottato quasi tutti in sostituzione del lenzuolo che caratterizzava una volta i nostri fogli di giornale. Adattarvisi da lettori è stato meno semplice di quel che si crede.
“Bugiardo” in verità, anzi “bugiardino”, è soprattutto il termine con cui sbrigativamente indichiamo il foglio illustrativo inserito nelle scatole dei farmaci destinati al pubblico. E “bugiardino” rimane per gli stessi motivi di credibilità parziale (cioè di informazione inesatta ed incompleta) in merito alle proprietà ed ai principi del farmaco, laddove spesso si tende a tacere di effetti collaterali ed indesiderati o a ingigantire la valenza del prodotto.
Tanto, in effetti, non solo mi aiuta a comprendere meglio qualcosa su “la bugiarda” per cui da Roma ho scritto (e bugiardo deliberatamente non lo sono stato mai sul lavoro, né mai alcuno mi ha chiesto di esserlo da Roma o da Torino); ma mi risolleva infine e mi riscatta anche in merito a quella insopportabile insinuazione per cui da giornalista di quella testata, quasi venivo guardato come un impiegato del gruppo finanziario che rimonta alla famiglia dell’Avvocato, a Villar Perosa, al potere e a tutta l’aneddotica sorta intorno alla famiglia dei Kennedy in salsa nostrana.