Il ciclo naturale, tenebre e luce, aiuta a capire qualcosa di più anche del nostro senso religioso. Cade sul declinare della lunghezza delle nostre ore di luce, il mese dedicato alla commemorazione dei defunti, così come aiuta l’animo alla riflessione il procedere dell’autunno e delle perturbazione d’autunno, anche quelle del cuore. Così che al culmine – perché il fondo ha sempre una fine, almeno nella speranza di ciascuno – ecco rispuntare la speranza di luce: che la vita riprenda, lentamente, ritorni. Tanto che un quasi sol oriens, un sole che sorge all’orizzonte, come un Dio Sole, un puer virgiliano, nuova vita, l’uomo nuovo, il Cristo, l’unto del Signore, lui che la vita la concede e la restituisce, la promette, viene posto in capo a quel momento dell’anno: quando esso finisce svelandone un altro, all’orizzonte, almanacchi leopardiani inutili e ingannevoli compresi.
In questo alternarsi di luci, mentre si attende, tra baluginii ed intermittenze pure del cuore, simboleggia questo il tremolare dei ceri e nel contesto cronologico e simbolico in più si incastona una donna più o meno leggendaria, un paradigma di persona e di santa, che quel nome lo porta e lo induce, Lucia, festività posta appena un momento prima – una lucerna nella notte – prima che intervenga lo splendore, cometa.
Le intenzioni mi paiono scoperte come quegli occhi di lei posti su di un piatto, sulle immaginette, che vedono al buio, persino posti fuori dalle loro orbite naturali.
Lucean le stelle, certo. O luceranno, se così possiamo dirlo; e sono infatti motivo di festa in qualche posto del mondo, corone e ceri in testa da qualche parte della Scandinavia, dove la notte è lunga come il giorno, per lungo tempo, mesi; e l’una e l’altro a lungo sono un’ossessione.
Sono bianche e splendenti le vesti indossate (lo erano, perlomeno) dai più piccoli per la festa, quella che le è dedicata, e fanno anch’esse da contraltare al nero della celtica notte mortifera di Halloween caduta appena un mese prima, anzi quaranta giorni, cioè quanti nella tradizione fanno da sé un’altra Quaresima. Perché per uscire dalla morte e dal buio e dai deserti, occorrono sempre quaranta - che siano giorni o anni - per venirne fuori, come il popolo per antonomasia dall’esilio.
La verità sarà dentro un roveto che arde ed un gran baglior di lampi e di fulmini su in cima, sull’Oreb, dove si manifesta e brucia, illumina accende il volto del Mosè che per noi continua ad avere il volto virile e bello di Lancaster, il sottofondo di Morricone e la bella faccia della Papas, per farne la consorte del vecchio patriarca. Tra luci ed ombre …
Penso alla luce ed al calco del nome Lucia. Faccio il conto ed il punto su quelle conosciute che recavano questo nome. Non più molte, invero. Persino i nomi passano di moda e pagano il fio di essere associate alla luminosa e tremebonda eroina manzoniana, temo.
Penso semmai a quell’espressione anch’essa antica “(tu sei) la luce dei miei occhi”, che padri e madri dicevano di un figlio, più di rado qualcuno della persona amata. E penso infine a quelle apparizione da Stilnovo dove è tanta la luce circonfusa attorno all’apparizione dell’amata, che fa tremar di chiaritate l’aere, come scrive il buon Guido Cavalcanti, per quanto Dante lo consegni per l’eternità al buio dell’Inferno.
E’ che di luci e di bagliori sono fatti anche certi inganni, miraggi e fuochi fatui da cui ci lasciamo irretire. A cui non manca il piacere di farci naufragare, in un mare che riflette a malapena la luce della luna, di stelle e fari posti sulla riva, alla deriva.
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