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Bambole e pupi

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 29 Dicembre 2021, 18:37pm

Tags: #la storia

Bambole e pupi

Rubo di sana pianta l’idea a Mario Di Caro (ultimo Venerdì di Repubblica, Di come Rinaldo e Carlo Magno a Palermo ritornarono, che racconta di una collezione di pupi siciliani finita tra la Puglia e Parigi e che Mimmo Cuticchio, storica famiglia di pupari, è riuscito a riportare a Palermo, prima a casa e poi sul palcoscenico dopo più di cinquant’anni). Me ne impadronisco per farne quel che è: la scaturigine di un ricordo, e di un desiderio mai sopito, quello di un universo di marionette che cantano la Chanson del Roland e le Chanson de geste, i versi di Ariosto e di Tasso, Orlandi infuriati e Gerusalemme liberate dai Mori.

Sono state, credo, le prime letture “diplomate” dell’infanzia (alle scuole medie si studiava l’epica, e non poteva essere che quella cavalleresca); poi, di volta in volta, oggetto di studi ed esami universitari, ma pure di splendide icone teatrali (Ronconi) in cui brillava tra gli altri la Melato, stentorea; e i miei primi articoli per illustrare quel che restava a Roma del Teatro dei Burattini (Teatro Verde), quando mi occupava in modo specifico di scuola.

Poi, si sa, i pupi sono in tutte le case (pessime imitazioni, spesso), o stupendi oggetti assemblati a mano, con le vesti cucite e ricamate come dei preziosi, merletti e maglie da guerrieri, che sono opera di artigiani ed artisti di marca italica.

Tra i sogni da bambino, quello di un teatrino per i pupi, su misura, che in effetti non ho mai posseduto ma che aveva in casa un mio amico. Con storie inventate all’istante e con pubblico nessuno, se non le sorelle annoiate dell’amico di cui sopra. Qualcosa di simile al forte Apache ed allo scenario western che a casa di un altro occupava tutta la parete. Ciò nondimeno, scopro a mio scorno (ci piace sempre pensare a noi come vittime di una infanzia infelice) che la mia non è stata poi così male. E che non è tutta passata.

Deve essere così che è nata la mia passione per il teatro e per la scrittura (anche teatrale). Pensavo a qualcosa di simile alle marionette (lo confesso) quando mettevo insieme gli anni passati un po’ di persone per mandare in scena i miei testi (non solo quelli miei).

Una volta riempii di bambole tutto il palcoscenico. Raccontavo di una donna che conoscevo, che casa sua aveva popolato di centinaia di bambole, alcune sedute sul letto, altre in poltrona, altre appollaiate sulle mensole, bambole dappertutto, uno scenario sinistro popolato da alieni. A quelle bambole che comprammo nude e malridotte a Porta Portese, il mercato di strada più popolare di Roma, una volta, mettemmo un po’ di stracci addosso, perché nude in scena non ci potevano stare.

Ci industriammo per inventarci qualcosa. E’ stato allora che mi sono ricordato di mia nonna che i vestiti alle bambole delle mie sorelle li aveva cuciti per davvero. Con rimasugli, resti, ritagli di stoffe adoperate per altre cose: ciò che restava degli orli, delle gonne, delle giacche delle signore di paese per cui mia nonna ha cucito per tutta la sua vita.

Racconta Cuticchio che una volta riavuti tra le mani i vecchi pupi di cui parlavamo, rimessili un po’ a nuovo e restaurati, aveva provato una profonda commozione ricordando che quei vestiti erano stati cuciti a mano da sua madre cinquanta e più anni prima.

Rimango legato a quel mondo ed a quel modo di parlare per interposta persona. Di versi, di poesia cinquecentesca, di quella popolare ed antica, di quello che è stato ed è il teatro e la sua famiglia vasta, ancora. Alla nascita del teatro moderno, i carri dei teatranti, una volta arrivati, si disponevano a cerchio come a creare scena e platea. In quello spazio scenico avveniva la rappresentazione, anche di argomento sacro, certo. La gente gettava in terra la propria monetina e il venerdì ed in Quaresima nessuno si poteva esibire per rispetto alla Passione di Nostro Signore.

Le sorelle del mio amico mollavano la presa molto prima della fine delle nostre sceneggiate (interminabili peraltro e scontate) e i vestiti di mia nonna finivano nello sgabuzzino con le bambole vecchie che avevano passato il testimone a quelle appena comprate.

La logica dei consumi non ha mai avuto sentimenti. Mentre adesso sono certo, a ritrovarle, quelle stesse bambine, piangerebbero di commozione.  

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