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Experimentum

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 23 Novembre 2021, 12:14pm

Tags: #Vita consacrata

Experimentum

Stiamo organizzando in una chiesa del centro, un momento di preghiera silenziosa. L’avevo accennato. L’idea l’ho importata da Assisi, anzi da Santa Maria degli Angeli esattamente. Qualche mese fa ne avevo letto l’annuncio ed avevo proposto l’idea. In questo periodo in cui faccio la spola tra Umbria e Campania, propongo al parroco di Santa Maria delle Grazie in Agropoli di ripetere l’esperienza. Mi si fa notare che la gente non è abituata. Lo so. Che bisognerà illustrare la cosa ed instradare le persone, perché tendiamo tutti a riempire di canti e litanie, pur rispettabili, ogni momento di preghiera. Torno al discorso di ieri. Che bisognerà mettere al centro dell’attenzione e quindi del tempio che ci ospita un elemento di riferimento, che – dico – potrebbe essere una icona piuttosto che una tela, un pannello, una croce. O perché no? Un sacco di paglia, un cartone e un materasso da clochard; quello che ci ispira il momento. Che di tanto in tanto questo silenzio andrà vigilato e guidato.

Aspetto con una certa trepidazione questa data, il 7 di dicembre quando per i cattolici ci si prepara alla Festa dell’Immacolata. Che per me ha un ricordo da scuola elementare, quando la mia maestra lo festeggiava e noi a casa sua a farle gli auguri. O quando per la medesima devozione si partiva col treno degli ammalati verso Lourdes, una trasferta a cui non ero preparato: che abbiamo vissuto io ed altri anche come un momento legittimo di evasione.

Si faceva un lungo viaggio in compagnia e si andava oltre i patri confini, per alcuni la prima volta in assoluto, a fare altre cose che a casa non avremmo fatto; che ci davano un orizzonte allargato allora anche di solidarietà e di libertà, piena di ideali e di sentimenti buoni, veri prossimi o momentanei passeggeri ed inculcati (ricordo qualcuna delle guide come un vero e proprio incantatore di serpenti).

Che sono i sentimenti poi che uno coltivava con l’approssimarsi del Natale, bimbi ed oltre, prima che esso diventasse quel che poi è stato, trionfo dello spreco e svuotamento di tutto il resto. Ma mi sono ripromesso da tempo di non fare il censore.

Di quella sera, di quella, la prima spero, in cui in cento o in dieci proveremo a fare una sorta di celebrazione senza parole, “apofatica” cioè come si dice in teologia, dello stupore, conto di conservare lo stesso ricordo che ho di quei giorni, molti, di quella adolescenza un po’ incantata; delle molte scoperte avvenute poi quando i luoghi senza rumore ho frequentato, archi e navate, cori lignei e dormitori, clausura e sveglie nel cuore della notte, tono retto e recitazione appena sussurrata, mai gridata; un po’ di poesia per noi che vivevamo di fuori, fatta di cose che non si buttano, di rispetto per i beni essenziali, di sobrietà, di pasti in comune, tutti col naso nel piatto o all’insù per guardare la volta del refettorio, mentre un altro leggeva e ci faceva compagnia.

Bene! Queste cose di cui ho fatto incetta e ho nostalgia, ho la sensazione di cercare di replicare, da qualche parte. Spero quindi pure in quel luogo, a partire da quella sera, in una chiesa come tante della provincia del Sud.

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