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JHS

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 22 Maggio 2021, 06:53am

Tags: #la storia

JHS

Pubblicando ieri la foto che accompagna queste righe, qualcuno mi diceva “l’ho visto quel simbolo, anche se non saprei dire dove. L’ho letto da più parti, ma ne ignoravo la provenienza”. Il segno in questione consiste in quella scritta variamente incorniciata, in un cuore, in una corona di alloro, tra le spine, le bacche, come impresso a mo’ di araldica in uno scudo nobiliare; spesso circondata da raggi risplendenti di luce che evidentemente simboleggiano le promanazioni di quello che noi chiamiamo “lo Spirito” e che oltre alla colomba ed altra analoga simbologia si avvale anche di questi, cuori e scritte, acronimi e così via.

Quel JHS è infatti l’acronimo del nome di Gesù che divenne poi oggetto di devozione particolarmente cara alla spiritualità francescana. Se il nome di Dio è persino impronunciabile e non trascrivibile nella tradizione ebraica, quello di Gesù, per quella cristiana, diventa invece oggetto esplicito di venerazione, alla cui pronuncia (al cui nome – suggeriscono i testi) ci si inchina e ci si inginocchia come accadrebbe durante la consacrazione eucaristica. Sui cui arredi non a caso quella scritta adesso campeggia.

Precisione storica vuole che quell’acronimo onnipresente nelle nostre chiese più antiche e sulle tovaglie, le stole, “le stoviglie” usate nel corso della messa, si sia diffuso a partire dalla predicazione operata da Bernardino da Siena (Bernardino degli Albizzeschi) a cui si deve un’attività pastorale instancabile nei primi decenni del Quattrocento. Di lui restano tracce di sermoni e interi discorsi, alcuni anche autografi di cui mi è capitato di poter prendere visione, ed una devozione popolare che attraversa sei secoli di storia cristiana.

Il valore della parola, il verbo, del potere che consiste in essa fin nello stesso atto di pronunciarla, rimanda al valore verbale “trascendente” della formula liturgica e invocatoria, di benedizione e di consacrazione, ma anche a quelle di maledizione e di imprecazione, valenza parola/fatto che appartiene antropologicamente a tutta la storia delle religioni e delle relative possibili forme più o meno derivate di superstizione (si pensi al valore della parola formula nella magia) nel nostro caso anche pagana.

Pronunciare il nome di Gesù - come sottolinea Bernardino e la successiva devozione che rimanda a lui - e riaffermarne la fede (con la bocca si afferma ciò a cui col cuore e con la vita si aderisce), è già un atto che conduce alla salvezza, se compiuto né in malo modo, superficialmente, né “invano”, come avrebbero detto i Comandamenti antichi.

Come nel simbolismo della croce in cui però la scritta che la domina (INRI) sarebbe dovuta suonare come un insulto, il nome di Cristo criptato ha una valenza epifanica, dinamica salvifica e al tempo stesso apotropaica.

Messa in cima ai portali delle chiese, delle cappelle interne, sulle porte delle case e degli istituti non è solo segno di riconoscimento ma anche garanzia di appartenenza e di protezione dal Maligno.

Nelle ceramiche e nelle pietre essa campeggia ancora, a voler sollevare lo sguardo; e mantiene in sé intatta la sua sacralità solenne, enigma forse per i più giovani, rebus per i meno attenti.

Il nome di Gesù o lo pronunci con quella fede; o è solo uno dei tanti, un’incisione da decifrare.      

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