Se aveste voglia di riconciliarvi con il mondo, vi consiglierei di rileggere con attenzione e anche con un po’ di leggerezza e di soavità un salmo tra i più belli, il 103. Però bisogna averci un cuore puro. Meglio: uno che voglia provare a ripulirsi, per poterne godere.
Perché non è del fare dello scettico e del cinico che bisogna essere armati, in questo caso. Semmai di altro. E ripulirsi anche di questo. Così come di certi paraocchi “para” o “anti”-confessionali, perché per coglierne il gusto non è detto che si debba aderire a questa o ad altre parrocchie. Mi sono chiesto – per inciso – chissà quante volte il motivo per cui (alcuni lo chiamerebbero “spirito di divisione”) ci si debba per forza contrapporre in parrocchie e campanili: io di questo, io di quello; si ma, si però.
Ma sto perdendo tempo … Il che, mi dicono, sul web non occorre farlo. Ed anche questo – detto tra noi – lascia il tempo che trova. Quel che si ritenga non sia adatto allo strumento in atto, dovrebbe provocare a farlo. Quanto meno per vedere come va a finire.
Per leggere il 103, occorre semmai un po’ di candore – questo sì - e di infantile immaginazione: “tu avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda. Le tue alte dimore sono sulle acque. Il tuo carro sono le nubi; cammini sulle ali del vento; fai dei venti i tuoi messaggeri e dei fulmini i tuoi ministri”.
Saper leggere il mondo (“il creato” per i credenti, per fervidi o tiepidi che sia) come una manifestazione affascinante della presenza del divino – ditemi quel che vi pare – è un dono grandissimo ed è un grandissimo piacere.
Che non provano purtroppo quelli scettici per principio.
La poesia ha bisogno di quello spirito, come la prosa artistica, del resto.
“Tu hai coperto la terra con l’oceano come una veste; al di sopra dei monti stavano le acque. Al tuo rimprovero esse fuggirono, al fragore del tuo tuono si ritrassero atterrite. Salirono sui monti, discesero nelle valli; hai fissato un confine da non oltrepassare, perché non tornino a coprire la terra”.
E poi è la volta della acque sorgive che scorrono tra le montagne, perché dissetino le bestie; gli asini selvatici e gli uccelli che abitano sulle sommità del cielo. Così cresce l’erba e poi si alimenta la vite, da cui il vino che allieta il cuore dell’uomo, da cui l’olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo cuore”. Tutto si allieta di gioia. E leggere questi versi è come festa ed armonia, come t’immagineresti certe processioni danzanti immortalate dagli affreschi e dalle miniature medievali.
Il resto di questo salmo è noto, e non certo perché già su questo blog se n’è parlato: cicogne e uccelli con il loro nido sui cipressi, capre selvatiche rocce ed iraci, i cuccioli del leone che dovrà andare in cerca di preda.
Sorge il sole poi – si apre come uno squarcio nella notte del mondo – gli uomini si levano come i garzoni leopardiani ed escono per andare al lavoro. Tutti sanno, uomini e bestie, che avranno di che mangiare (la Provvidenza a cui in seguito avremmo dato un colore francescano).
Voglio cantare a te finché ho vita, cantare così finché esisto – conclude. E chi non l’ha sognato? E chi non firmerebbe per un patto di questo tipo?
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