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Emmaus

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 8 Aprile 2021, 11:35am

Tags: #Lo spirito del viaggio, #la lettura del giorno

Emmaus

Questa tela di Caravaggio è datata 1601. I costumi rivelano il tempo a cui appartengono e suggeriscono un gusto. Le facce e le espressioni sono inconfondibili. E’ conosciuto come La cena di Emmaus questo capolavoro, e dal momento che non sono esattamente un critico d’arte, questo incipit non è che un pretesto per parlare d’altro, anche se mi piacerebbe molto essere in grado di fare altrimenti.

In un’altra vita, magari …

In questa ho già messo assieme una serie di passioni e di attività che riempirebbero più di un’esistenza. Ma questo è un altro discorso. Fare il giornalista, dopo avere pure insegnato, mi ha aperto questi scenari. Mi è piaciuto così.

Da alcuni anni ho preso a leggere anche le Scritture che diciamo “Sacre” e che per noi lo sono certamente, com’è sacro in qualche maniera tutto ciò che ci appassiona ed eleva la nostra vita dalla noia e dalla insignificanza.

Emmaus è un nome che richiama Luca, l’evangelista, ed il racconto che gli si deve, della cena e della apparizione di Cristo dopo la sua risurrezione. Di questa storia, mi ha sempre emozionato quel versetto in cui gli apostoli, rammaricati di non aver subito riconosciuto il Risorto che parla loro per strada e poi spezza il pane, si dicono tra loro che alle sue parole avevano sentito il cuore ardere, bruciare inquietudine ed incredulità, perché quella voce era nota; ed anche ciò che raccontava.

Due cose: tutta la vita si aspetta che arrivi uno così, che il cuore suoni a quel modo, impazzito, e che parole rimbombino a quella maniera. Tutta la vita ci si sta a chiedere (io l’ho fatto) se ci sia mai accaduto che si sia appalesato, lui o altri, e che non lo si sia riconosciuto, magari in angeli e demoni e ammalati e poveri e familiari e amici e nemici. Sono le follie di quelli che come me aspettano sempre che accada, qualcosa o tutto, e che non smettono di attendercelo. Non è così che ci hanno detto di fare?

Naturalmente non mi ero mai preso la briga fino ad ora, di controllare dove fosse Emmaus (non le facciamo mai queste cose con le Scritture. Ed io neppure coi romanzi) e vedo che la curiosità difficilmente potrà essere soddisfatta, in questo caso. Solo ipotesi. Emmaus non c’è più. Sarà per la strada di Giaffa forse. O invece a tredici chilometri da Gerusalemme. Forse a trenta. Ad ogni modo, non esiste più. Bruciata ai tempi di Vespasiano e di Varo o forse chissà cosa.

Emmaus era un posto come altri, un borgo, in cui si arrivava camminando, impolverandosi e stancandosi, sudando. Poi, sul cammino si incontra spesso qualcuno.

Una volta, viaggiando in treno, mi capitava spesso. Mi piegavo sulle mie letture, libri e giornali; e poi, sollevando lo sguardo, sbirciando, ne incontravo altri che volevano incontrarmi. Sui treni adesso, gli occhi sono incollati sullo schermo e non incontri più nessuno, automi e monadi isolate.

È così e non mi convincerete che mi sbagli. Se avessimo camminato verso Emmaus con questi marchingegni sotto gli occhi, neppure lo avremmo notato. Non ci avrebbe parlato e non avrebbe attraversato muri e porte e mangiato con noi. Persino facendo rumore, non lo avremmo sentito. In fondo è così e così è stato per tutti o quasi tutta la vita. A cena siamo soli e camminando pensiamo alla nostre serate e giornate piene di nulla e di rumori. O di silenzio che non abbiamo invitato.

Non sentiamo più odori, neppure di cucinato.

A volte penso che sia stata una bella fortuna non essere nato più tardi, in questi giorni, nel millennio. Quello che si profila come “umanità” non mi piace più, in alcun modo.  Bruciata è Emmaus e noi con essa, temo.

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