Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo avere invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo “Laudate, Pueri, Dominum” che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechistica; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo (dalla Storia del Martirio dei santi Paolo Miki e compagni scritta da un autore contemporaneo). Siamo dunque nel corso del XVI secolo. E la collocazione geografica è l’Impero del Giappone. Coloro di cui si parla nel testo sono i primi missionari del Sol Levante e sono religiosi gesuiti e francescani, ma anche laici e bambini.
Brani come questo possono suscitare grande emozione, proprio per il coinvolgimento dei più piccoli e per la radicale adesione al Vangelo dei suoi protagonisti. O possono sollevare dubbi e domande sulla questione dell’acculturazione e dell’indottrinamento, che poi non sono solo questioni ideologiche.
L’idea del catechismo, che pure può sembrare superata dagli eventi e nella prassi, passatista; in realtà non ha trovato nulla che potesse sostituirla appieno; a meno che non si voglia intenderla sostituibile con una educazione civica che pure contenga il richiamo alla solidarietà ed alla generosità che sono nel Vangelo. Solo che in tal maniera verrebbe a mancare l’annuncio vero e proprio (nel testo si parla esplicitamente del nome santissimo di Gesù e Maria). E del resto, mancando chi lo annunci, a non pochi non sarebbe dato di conoscerlo, come argomentano le lettere apostoliche.
E’ possibile che l’idea dell’indottrinamento provochi generalmente una reazione di fastidio. Ciò avviene per chi avesse la fortuna di possedere una formazione laica, come la nostra; e per molti altri, della nostra e di successive generazioni, che alla parola dottrina associano una abdicazione alla libertà di scelta. Per le stesse motivazioni si potrebbe discutere a lungo sulle modalità in cui si formano i catechisti ed in cui gli stessi forniscono la propria opera (intendo qui orizzonti culturali ristretti oltre che metodologie discutibili e approssimative). Così, allo stesso modo, dibattere sul “come riformare” l’istituto del catechista, il quale viene ancora menzionato nel corso delle intercessioni e delle liturgie, cosa che ne attesta ancora la centralità. Indiscutibile, credo, salvo tutto il dilemma e la dialettica di cui dicevamo prima.
Il testo del Martirio di Paolo Miki indica anche un altro aspetto ed un altro approccio, forse questo sì abbandonato, quello per cui si tendeva a far imparare a memoria i salmi della tradizione giudaica, che sono non di rado delle piccole perle di poesia.
L’uso della memoria (noi imparavamo i componimenti di poeti anche complessi, da bambini, e non lo ritengo in sé un male) è caduto progressivamente in disuso negli ultimi decenni di storia patria dell’istruzione. Constato però con sempre maggiore sorpresa che quelle cose è come se rimanessero sul fondo della coscienza. Riemergono in noi, e negli anziani prima di noi. Si tratta di versi di Rodari Pascoli Leopardi Manzoni Carducci Ungaretti Quasimodo. Così come accade per le preghiere apprese da piccoli e così come accadrebbe se quella tradizione di quei salmi ci fosse stata tramandata.
Si tratta di un esercizio della memoria, delle nostre facoltà intellettive, della nostra coscienza storica e spirituale. Forse, di tutto l’armamentario dottrinale, talora persino arido casistico e moralistico, il meglio è andato perduto. Sarebbe conveniente, immagino, che ai nostri piccoli e ai neofiti si restituisse questo patrimonio di spiritualità a cui si potrà anche non aderire, una volta adulti ed in grado di operare una scelta sul piano della fede; ma che rende merito di una grande tradizione letteraria oltre che religiosa.
Il martirio consiste semmai nel privarsi di certe cose belle che ci hanno costituito.
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