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la voce di simeone

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cultura e spiritualità


La terra dell'esilio

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 12 Maggio 2022, 09:37am

Tags: #Lo spirito del viaggio

Coney Island all'inizio del Novecento

Coney Island all'inizio del Novecento

I tuoi decreti sono il mio canto nella dimora del mio esilio (118 zain). Non mi soffermo sulla condizione dell’esilio sentita come propria dal popolo descritto e narrato dalla Bibbia. L’esilio è un fatto storico, ricorrente e, come la diaspora, caratteristico per il popolo ebraico. L’esilio e la condanna all’emigrazione è del resto la costante della storia, di tutti -  persino il motore - anche se gli ultimi secoli della storia europea sono caratterizzati sempre più dall’affermarsi della sedentarietà, dalla volontà di stabilirsi della stessa genia, dello stesso clan presso un territorio, la stessa casa, la stessa patria, salvo le forzature dovute ai bisogni sopravvenuti, legati a carestie e disastri naturali per esempio, ai conflitti in atto.

La gente ad ogni modo ha continuato a muoversi: a ragione di un benessere maggiore; della mercatura, dell’industrializzazione; così come accade ed accadrà ancora nei continenti più poveri, alla deriva, per i cambiamenti climatici, per le persecuzioni di carattere politico e a causa  delle guerre.

Sazi come siamo, ed impauriti, abbiamo difficoltà a fare i conti col fenomeno; e gli immigrati sono sempre più suddivisi in economici e non. I flussi dall’Est europeo prevedibili e già in atto non semplificheranno le cose.

Per i cristiani, diretti discendenti dell’ebraismo, sta scritto - come dire -  nello statuto, che la terra è un esilio. Ne aspettano un’altra, un altro mondo: guardate le cose di lassù – scrivono i padri. Il che può essere (Lettera a Diogneto) motivo di stupore per gli altri che vedono questi rendenti così staccati apparentemente da questo mondo: ne partecipano e ne sono distanti. I cristiani nei fatti non sono e non saranno così, pur mantenendo la speranza che questo terreno sia un passaggio.

Se non expedit è quel che decreta papa Mastai Ferretti, ciò non avviene esattamente per il disprezzo delle cose mondane e per la vita politica, ma proprio in conseguenza della querelle sullo Stato della Chiesa ed i suoi beni terreni, la sua influenza, la sua extraterritorialità.

Insomma, da esiliati si vive, per mille motivi.

Accade a quelli che lasciano una casa che riconoscono come propria, che vi sono costretti e che ovunque vadano è come se la cercassero e provassero a ricostruirla (vedi le comunità italiane negli Usa e Sudamerica nel secolo scorso, le minoranze da noi, in questi anni e mesi). Accade a quelli che sentono che il proprio orizzonte di valori, di sogni, di modus vivendi è lontanissimo da quello in cui sono costretti a vivere e ad operare.

In questa terra dell’esilio, dice il salmista, quel che per me è un valore irrinunciabile è la voce del mio canto. E’ un canto triste (e come potevamo noi cantare nella terra del nostro esilio? - salmo 136, rimodulato dal poeta premio Nobel, Salvatore Qausimodo).

A questa condizione di esiliati occorre rassegnarsi perché nessuna realtà sarebbe in grado di essere in pieno la nostra patria. Ed a questo bisogna approdare anche con leggerezza, immaginando che quel che si desidera e non si ha, acquista sempre più valore ai nostri occhi. Mentre quel che si ha e che di riflesso si vive, ne acquista, aiutandoci a non perdere la voglia di avere l’altro che abbiamo immaginato.

Tutto quel che accade, dopotutto, può servire a ricordarci ciò che siamo e che abbiamo immaginato di poter essere.

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